In un ambiente tranquillo e operoso come Terni, ove i cambiamenti politici dipendevano dal volere
del Principe, I'elezione di Pio IX, nel giugno del 1846, fu accolta con i consueti festeggiamenti ufficiali
(1). Solo più tardi le notizie che giungevano da Roma indussero gli amministratori locali a rinnovare le
manifestazioni di giubilo per I'ascesa al soglio pontificio del nuovo Papa. L'11 settembre, infatti, il
Gonfaloniere Massarucci annunciò un nuovo Programma di Feste, dichiarando che l'intero Municipio
di Terni intendeva esprimere così più diffusa e splendida gioja, affinché il Principe buono si senta
mosso viepiù a savvi miglioramenti e a vantaggiose riforme", premesse e strumenti di una "opportuna
colleganza fra i Comuni, per la quale si congiunge Popolo e Sovrano e fa di loro un sol tutto (2). |
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| "Da ciò la discordia sempre crescente, da ciò i continui periodi di reazioni e di violenze contro la
parte più affezionata all'ordine e alla Magistratura, da ciò infine una nimistà tra le differenti classi" (7),
La parte ribelle giunse al punto di scrivere un opuscolo intitolato "Lettera prima", diffuso a Terni e
fatto pervenire financo nelle mani del Pontefice, ove "si azzarda di pubblicare il malumore,
l'avversione che costà insurse e fomentarsi tra Popolo, Cittadini e Autorità comunali" (8). Da parte
sua il Gonfaloniere denunciò al Pontefice le mene degli avversari, sperando in un risoluto intervento
del Governo, ma ottenne che fosse allontanato da Terni il solo Giovanni Froscianti, impiegato della
Ferriera (9). L'opera mediatrice di Lodovico Gazzoli, amareggiato e addolorato che solo Terni, sua "dilettissima patria", cospirasse ad "attraversare le benefiche sapientissime mire" di Pio IX, in un momento in cui tutte le città dello Stato gareggiavano per assecondarlo, dovette sortire effetti positivi, se popolo e Municipio si ritrovarono insieme a festeggiare il 1° anniversario dell'elezione del Papa (10). La crisi, comunque, fu superata soprattutto grazie al sopraggiungere di avvenimenti politici eccezionali, aperti dai fatti di Ferrara (17 giugno 1847), allorché gli Austriaci occuparono arbitrariamente la città emiliana e il Pontefice levò vibrate proteste, suscitando un'ondata di "patriottismo". Seguì l'editto sull'istituzione della Guardia Civica (5 Luglio), che era un chiaro segnale nei confronti dei nemici esterni, da parte di un Sovrano che poteva contare sul consenso dei sudditi. In quell'occasione Terni si trovoò a partecipare alle idee che circolavano in Italia e che traevano particolare vigore dal succedersi degli eventi. Lo spirito pubblico si orientò verso il neoguelfismo, nel quale si potevano riconoscere nobili e borghesi, popolani e liberali, chierici e laici, ben lieti che la "rigenerazione" avvenisse non contro ma con la Chiesa. Il Consiglio Municipale della città, il giorno 25 agosto, tra reiterati e vivi applausi, votò un indirizzo di condanna per l'invasione straniera, e stabilì che i cittadini offrissero i propri beni e la propria vita in difesa di Pio IX. La proposta, approvata dalla Magistratua di Terni, fu avanzata dall'avvocato Gaetano Magalotti, Governatore Distrettuale, che tenne un lungo discorso all'assemblea, in cui si fondono municipalismo e patriottismo, idealizzati dall'amore nel "rigeneratore" Pontefice e dall'odio verso il Tedesco invasore e oppressore. | |
| Riportiamo integralmente il discorso del Magalotti, che contiene importanti riferimenti storici e
politici, in grado di dare una precisa idea della mentalità e della cultura del tempo. "Signori! Quando la fede de' trattati è rotta, quando i giuramenti s'infrangono, e il Trono e i Diritti d'un Sovrano per eccellenza sono minacciati; un santo dovere incombe a tutti i sudditi: quello di spendere le facoltà intellettuali, d'impiegare le sostanze e di mettere lietamente la vita a difesa della Patria e del Principe. L'indifferenza in tali casi è impossibile e sarebbe delittuosa poiché l'anteporre la quiete e gli ozi domestici al Principe della Patria, alla santa causa, è codardia. Ecco ragione potentissima perchè oggi Noi della Magistratura interpreti della volontà del Popolo, propugnatori del progresso nella cui via ci guida l'adorato nostro Pio IX, convochiamo questo nostro straordinario consiglio. A un'epoca ingloriosa, ognuno di Noi Cittadini sa che or compie più d'un anno, che è succeduta un'età di splendore. Questa bella parte d'Italia Dio la risvegliava, Dio ispirava di eorici sentimenti, Dio la commetteva al Rigenerator Pontefice il di cui nome or sale benedetto al cielo dalle labbra di duecentomilioni di cattolici. E questo Sovrano primo rappresentante dell'autorità incontestata della terra, quest'angelo del riscatto la missione del di cui apostolato suona incruenti trionfi, or piange amaramente, piange per noi fatti ludibrio della ragione del brando, piange perchè la dignità d'un popolo che festoso si stringe al suo Monarca viene vilipesa conculcata! E qual reità politica pesa mai su noi sudditi con Pio IX indipendenti da rimeritarne l'oppressione del vicino? Forse la moderazione che governa le menti, forse le speranze già indefessamente nutrite, forse la legalità dei desideri, dell'inchieste, dei sentimenti, dei tripudi, la legalità forse di un antico eroico sopportare? E il nostro Grande Sovrano non ha Egli affratellati gli animi per fondare una pace di spirito; non ha Egli aperte le carceri ai troppo ardenti di amore per unificarli con tutti in un mirabile conserto di voleri; non ha Egli abolite tante smodate o intemperanti spese di lusso; non ha Egli rialzato il volto al pensiero allargando la stampa; non ha Egli concesse le strade ferrate; non ha Egli stabilita la municipalità nella nostra magnanima Roma perchè foss'ella almeno siccome le altre Comuni; non ha tolto (ad onta degli onori avuti in retaggio) qualche balzello a sollievo dei poveri; non ha ordinato codici; non ha affidate le armi ai Cittadini per la sicurezza dell'ordine; non ha chimato a sé uno stupendo consesso per riformare i comuni e il sistema amministrativo? E queste larghezze che molti altri Monarchi con ammirazione hanno donate e seguono a donare con lode e liberissimo esercizio della propria autorità e indipendenza, nel bel segno di Pio saranno rimeritate con aggressione straniera da chi diceva difenderci e sostenerci e volere il nostro meglio quando le carceri riboccavano, e quando il nome di patria si pronunciava sommesso, quando il debito pubblico s'ingigantiva, quando Noi eravamo chiamati da essi stessi popolo di morti? Ora Pio IX con miracolo pontificale ha risvegliato le moltitudini, e queste riacquistarono la coscienza di loro stesse, s'affigliarono tutte al Principe affollandosi intorno al suo trono, ed essendono propugnacolo; ... e intanto? è occupata dai Tedeschi!!! Noi siamo lontani dalle millanterie di una ridevole iattanza che trasmoda nelle esagerazioni, che amplifica le proprie forze, che impreca rabbiosamente sull'empia ragione del più forte. Noi invece opiniamo si pensi a Pio IX, alla Patria, alla gloria nostra, e si provveda. Un popolo che procede stretto e compatto, un popolo che difende fermamente un Principe santo e ottimo, si può soperchiare, trionfare non mai. Noi per doveri di sudditi resi felici da Pio IX abbiamo debito di aiutarlo, difenderlo, e Noi per qualità eminenti di tal Sovrano, per l'Italia che non dev'essere mai più aperta al primo invasore, per questa città nostra medesima a di cui tutela ci fu concessa la milizia urbana, dobbiamo amar meglio una morte onorata che viver vita codarda. Deliberazione è questa che i Ternani ai nostri fecero cinque secoli sono per misere condizioni di municipalità: ora rinnoviamola per cagioni Italiane. Quelle sublimi parole del più insigne Porporato - bastiamo a noi stessi - or ecco il destro perchè vengano attuate. La Magistratura, o Signori Consiglieri preclarissimi, proprone sull'esempio della valorosa Bologna di fare olocausto al Sovrano degli averi e della vita ove comandi. Mostriamo con ciò che il bene operare acquista pronti seguaci, alacri imitatori; mostriamo che le città dello Stato per la bella causa solo alleate, e questo sia base a maggior alleanza di Principi intesi a difendere i diritti la nazionalità e l'indipendenza dei popoli contro qualunque usurpazione straniera" (11). Era la prima volta, dopo secoli, che la comunità di Terni innalzava la bandiera della libertà italiana identificata con la libertà della Chiesa. Era la prima volta che assumeva lo straniero come nemico, e quello straniero che aveva guidato la prima e la seconda restaurazione. Si tratta di un fenomeno comune a tutte le città italiane, coinvolte nell'entusiasmo per la politica di Pio IX, che sembrava realizzare in tempi brevi il disegno neoguelfo. Ma a Terni, assunse un colore particolare, forse perché notabili e popolari si trovavano finalmente uniti dagli stessi ideali, e le due forme di "patriottismo", quello cattolico e quello liberale, per tanto tempo divisi e contrapposti, erano riuniti sotto il segno del riscatto nazionale guidato dal Papa. | |
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