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Terni politica (1848-49)

(Vincenzo Pirro)


La guerra d'indipendenza italiana Il 1848 è stato definito l'anno dei portenti, la "primavera dei papali". In quell'anno i papali e i principi dei vari Stati italiani si unirono nella guerra contro lo straniero, per affermare le idee di libertà e di patria con la benedizione del Papato. E anche se l'esperienza non ebbe il successo sperato, essa rappresentò comunque la prima grande festa del "Risorgimento" italiano. Come è noto, la rivoluzione di Parigi e di Vienna [La prima parte è stata pubblicata su "Memoria Storica", n. 4, 1994.], innescò la rivolta di Milano e di Venezia (marzo 1848), che a sua volta diede occasione all'intervento di Carlo Alberto e alla "guerra federata" contro l'Austria. Pio IX consentì a far partire delle truppe pontificie al comando del Generale Durando per il Nord con l'esplicito compito di tutelare le frontiere senza oltrepassarle. Di fatto la Chiesa si poneva come nemico dell'Austria e indirettamente, con la sua partecipazione alle operazioni di guerra, conferiva all'impresa un carattere "cristiano", di guerra santa, in nome di una nazione santa. Nell'enciclica del 30 marzo "Ai Popoli d'Italia", il Papa ribadiva il legame di fede nazionale e fede cristiana, e contribuiva a dare alla guerra di liberazione italiana il significato di crociata popolare contro i tedeschi oppressori [1Copia dell'Enciclica ò conservata all'Archivio Vescovile di Terni.]. Con la guerra, la funzione del cristianesimo in seno al nazionalismo italiano diventa finalmente esplicita: nasce la religione della patria che legittima il sacrificio sui campi di battaglia e dà un senso alla vita individuale [Sulla religione della patria, sul rapporti tra cristianesimo e patriottismo vd. G. Mosseúxs, Le guerre mondiali dalla tragedia al mito dei caduti, trad. ital., Laterza, BariùRoma , 1990, spec. i capitoli primo e secondo.]. Ed ecco apparire l'esercito di cittadini costituito da volontari devoti alla "causa nazionale": una nuova categoria di soldati che combattono per porre termine all'odiata occupazione austriaca: guerra contro l'Austria per l'Italia. Va detto che il fenomeno dei volontari nel '48 si colloca nell'orizzonte aperto dalla Restaurazione: la nuova coscienza nazionale, maturata attraverso la cultura romantica, antigiacobina e antirivoluzionaria, ha fatto sorgere la figura del cittadino che corre alle armi per difendere la patria. Anche da Terni, nell'aprile del '48, partirono trentanove civici per la "guerra di Lombardia" al comando dal Capitano Stanislao Caraciotti, che si unì a Foligno con la colonna del Generale Ferrari [BCT, Circolare del Ministero a mezzo della quale si annunciava che stava per partire da Roma un Corpo di Guardie Civiche e di volontari alla volta del confine di Modena e Lombardia, comandato dal Generale Ferrari, Roma 24 marzo 1848; Circolare del Delegato Apostolico sullo stesso argomento, Spoleto, 25 marzo 1848.]. La Magistratura della città votò la partenza dei civici, "ritenendo per sagra quella guerra che andavasi a combattere pel riscatto dell'italiana nazionalità", e assecondando l'ardentissimo desiderio della "indipendenza della patria" [Ibidem, Lettera del Gonfaloniere di Terni al Delegato Apostolico di Spoleto, 10 luglio 1848.]. Per la prima volta si ritrovavano insieme i vari popoli d'Italia a combattere contro il comune nemico, offrendo al mondo lo spettacolo di un "esercito italico e nazionale". E questo segnava l'affermazione dell'ideologia neoguelfa, che per bocca del suo teorico, Vincenzo Gioberti, salutava nei valorosi soldati i redentori d'Italia, che avevano saputo unire due termini da secoli separati, la letteratura e la milizia, le idee e le armi, la libertà e la monarchia italiana, grazie al "magnanimo Principe riformatore e liberatore" [Ibidem, V. Gioberti All'Esercito Italiano, manifesto a stampa senza indicazioni di luogo e di tempo.]. La guerra continuò anche dopo l'Allocuzione del 29 aprile, con la quale il Papa definì la posizione della Chiesa, dichiarando di non potersi associare alla guerra, data la sua missione religiosa, e di abbracciare "tutte le genti, popoli e nazioni con uguale studio di paternale amore". L'esercito pontificio, infatti, ai primi di maggio entrò nel Veneto per difenderlo dal previsto ritorno in forze degli Austriaci. Ma subì i primi rovesci nello scontro con le truppe del Generale austriaco Nugent (preludio alla capitolazione di Vicenza, 11 giugno): il che gettò lo "scuoramento" nelle popolazioni dello Stato, e inculcò la convinzione, nell'Assemblea romana, che l'unico rimedio ai mali fosse quello di gettarsi tutti "nelle braccia di Carlo Alberto". Il Ministro dell'Interno, Terenzio Mamiani, avendo appreso dalle relazioni dei Comuni che l'insuccesso militare aveva generato diffidenza e paura nei cittadini, ricordò ai Gonfalonieri che "l'indipendenza d'una nazione non è l'opera di pochi giorni, e di breve conflitto, senza lacrime e senza infortuni", quindi li esortò a "ricondurre in tutti i cuori la confidenza e l'intrepidezza così piena e intera, come poc'anzi vi dimorava" [Ibidem, Circolare n. 27452, Roma 18 maggio 1848, Al Gonfaloniere di Terni.]. Intanto, per ricoprire i vuoti lasciati nelle Guarnigioni da coloro che militavano sotto "le Bandiere della santa causa Italiana", il Ministero dell'Interno comunicò alle Magistrature dei Comuni la formazione di un corpo di seimila uomini di riserva in tutto lo Stato Pontificio con riparto proporzionato di due individui per ogni mille anime. A comunicare il reclutamento alla Popolazione di Terni e degli Appodiati, fu Lodovico Silvestri (Gonfaloniere supplente), che nella Notificazione del 23 maggio si diceva fiducioso che la "generosa gioventù Ternana" si sarebbe ritenuta onorata "di essere chiamata a concorrere con la sua virtù e coraggio alla difesa della Patria, e dell'Italiana indipendenza". Egli ricordò che "a questo santo dovere non si ristettero indifferenti altri volenterosi Concittadini, che con la Croce sul petto, ed il nome di PIO sulle labbra ancora combattono intrepidi contro gli Stranieri oppressori dell'Italia" [Ibidem, Notificazione alla Popolazione di Terni degli appodiati, 23 maggio 1848, a firma l'Anziano supplente per il Gonfaloniere in permesso Lodovico Silvestri.]. Terni e le comunità appodiate risposero con slancio, fornendo non solo un contingente di ventidue uomini, proporzionatamente al numero degli abitanti, ma offrendo anche altri giovani che chiedevano di arruolarsi per concorrere alla difesa della Patria in Alta Italia [Ibidem, Lettera a a mano del Gonfaloniere al Ministro delle armi, Terni 26 giugno 1848.]. A riaccendere gli animi dei patrioti ci fu la protesta di Pio IX per la violazione del territorio pontificio da parte del Principe Francesco di Lichtenstein, tra il 14 e il 15 luglio. In quell'occasione il Ministro dell'Interno, Terenzio Mamiani, invitò i Gonfalonieri delle varie città dello Stato a incitare a mezzo stampa e proclami "a gagliardamente respingere lo straniero invasore" [Ibidem, Ministero dell'Interno, Lettera circolare n. 32078, al Gonfaloniere di Terni, Roma 18 luglio 1848.]. La Magistratura di Terni, nell'aprire l'arruolamento dei volontari, indirizzò un appello al Popolo , in cui tra l'altro si legge: "La salute d'Italia tutta così oggi è posta a terribile cimento, e non senza arcano consiglio della Provvidenza, la quale dispone che la di lei rigenerazione sia operata attraverso di stenti e di avversità, sicchè più bella risplenda la patria virtù, e l'Italo valore. Non pertanto, o Ternani, dobbiamo sgomentarci; la santa Causa dell'Italiana Indipendenza non fia per questo nè meno santa nè meno sicura per Decreto di quel Dio che la benedisse dall'alto del Quirinale; perocchè la religione nostra SS.ma sta coalizzata colla nostra libertà, come questa con la Religione. D'uopo è però della nostra cooperazione: la Patria in questo penoso frangente più altamente reclama il nostro coraggioso ajuto. Accorrete, Giovani generosi, ove la difesa della patria, del nostro Stato vi attende, ove vi chiama la voce di PIO stesso iniquamente insultato dal perfido Straniero" [Ibidem, La Magistratura al Popolo di Terni, 12 agosto 1848. Pel Gonfaloniere in permesso, l'Anziano supplente Lodovico Silvestri.]. Alla chiamata risposero quattordici volontari che partirono per l'addestramento, mentre altri giovani esprimevano il desiderio di arruolarsi per l'integrità dello Stato [Ibidem, Elenco dei volontari, Terni, 14 agosto 1848; Lettera della Magistratura di Terni al Ministro delle Armi per esprimergli il desiderio di altri giovani ternani di arruolarsi, Terni 14 agosto 1848.]. Come nell'estate del '47, anche ora la violenza esercitata in Ferrara dagli Austriaci ha il potere di mobilitare gli animi, per una guerra che è insieme di difesa delle Legazioni pontificie e di liberazione dell'Italia. Il mito di Pio IX resiste, malgrado l'Allucuzione del 29 aprile: esso permette ancora all'aristocrazia e alla borghesia cattolica di coniugare libertà e religione, di pensare senza contraddizione in veste di sudditi pontifici e di cittadini d'Italia. Anche quando il pericolo dell'invasione austriaca, nei territori dello Stato Pontificio, cessa, e vien meno l'esigenza di formare nuovi corpi d'armata, rimane viva l'avversione per lo straniero, ormai identificato con il nemico. Ne è prova la solidarietà dimostrata dal Governo pontificio, dai pubblici comitati, dai circoli di Roma e di tutte le città dello Stato papale, nei confronti di Venezia, assediata dagli Austriaci. A Terni si aprì una generosa gara di soccorsi in danaro, vestiti, biancheria, per la "nobile regina dell' Adriatico", dopo che il Gonfaloniere ebbe invitato la cittadinanza con queste parole: "O Ternani! Nella generosa Venezia, ove il sagro Palladio dell'Indipendenza Italiana eroicamente si difende, migliaia di Prodi nostri Fratelli, ed anco di questo Stato istesso sostengono l'onore e la gloria delle nostre armi, la scintilla del santo fuoco, che divampò non ha guari per tutta Italia, è viva ancora, e con generosa vigilanza si conserva nella nobile regina dell'Adriatico; e da colà per fermo ci perverrà la comune salvezza. Ma quantunque per lunghi travagli, per sofferti stenti non sia venuto meno il coraggio di quei valorosi, non possiamo a meno di trattenere le nostre lagrime di compassione al quadro luttuoso che ne vien fatto della loro squallida povertà, della deficienza di mezzi più necessari alla vita! A chi di questa (che è il primo bene) ha fatto generoso sacrificio alla Patria comune recuseremo noi di porgere un qualunque soccorso per sovvenirli di vitto, di vesti di che miseramente difettono?". Il manifesto si conclude con queste parole: "Tutto verrà ricevuto a sollievo di coloro, di cui ci sia sommo vanto nomarci Fratelli, come degni figli della comune Madre Italia" [Ibidem, Minuta, s. d., pel Gonfaloniere in permesso l'Anziano supplente Lodovico Silvestri.]

Dal neoguelfismo alla democrazia

Siamo nell'ottobre del '48, quando ormai la guerra federalista è fallita e le correnti democratiche hanno assunto l'iniziativa: così a Venezia, dove è stata proclamata la Repubblica di San Marco; così a Firenze dove si è formato un ministero democratico, capeggiato da Domenico Guerrazzi e Giuseppe Montanelli, col programma della convocazione di una Costituente Italiana, mediante il suffragio universale del popolo. Unendo al problema dell'indipendenza nazionale quello dell'unificazione, e identificando la sovranità nazionale con la sovranità popolare, i democratici hanno impresso una svolta nella politica italiana del '48, che non può non riflettersi anche nella vita dello Stato Pontificio. Qui infatti il progetto della Costituente italiana incontrò il favore dei Circoli popolari, sorti, in molti casi, sulla base dei Comitati elettorali organizzati in occasione delle elezioni di maggio. I Circoli popolari (e/o nazionali) si mobilitarono per caldeggiare l'idea di un'assemblea nazionale e di una federazione italiana, espressione della volontà del popolo. Anche in Umbria essi interpretarono l'orientamento politico degli ambienti democratici e sostennero la proposta della dieta nazionale e del patto federativo. Nell'ottobre del '48, i Circoli di Perugia, Terni, Foligno e Spoleto aderirono al Congresso federativo convocato dal Gioberti a Torino [Cfr. G. B. Furiozzi, I Circoli popolari umbri del 1848 e il suffragio universale, in "Rassegna Storica del Risorgimento", l990, fasc. IV, pp. 527-536, spec. pp. 529 sg.]. Il Circolo popolare nazionale di Terni era presieduto da Giuseppe Nicoletti, che troveremo nella difesa di Roma e alla guida politica della città. La sua azione si svolse in armonia con la Magistratura municipale, anche perchè era formato dalla stessa categoria di persone che reggevano il Comune, come Lodovico Silvestri, Luigi Manni, Stanislao Caraciotti. Il Circolo, come la Magistratura, non assunse un atteggiamento contestativo nei confronti dello Stato Pontificio, ma piuttosto si pose in atteggiamento critico, di stimolo nei confronti del Consiglio dei deputati di Roma e delle varie Giunte di governo che si formarono nell'autunno del '48. Esso contribuì ad alimentare il patriottismo del ceto dirigente, ad orientare l'opinione pubblica verso i problemi nazionali, anche attraverso i rapporti con gli altri Circoli e in particolare con quello anconitano, come si vide in occasione dei soccorsi pro Venezia. Il tentativo democratico in Italia fu avviato in un contesto nazionale e internazionale radicalmente mutato rispetto ai primi mesi del '48. In Lombardia il Radetzky aveva recuperato tutto il territorio, dopo la sconfitta di Carlo Alberto a Custoza e l'armistizio di Salasco (agosto '48), esercitandovi una feroce repressione. In Austria le forze militari e gli elementi reazionari avevano ripreso il controllo della situazione e avviato l'opera di restaurazione dell'assolutismo monarchico. In Francia il partito dell'ordine aveva trionfato sui repubblicani e i socialisti, aprendo la via a un regime dittatoriale. La sfortunata conclusione della guerra nel Lombardo-Veneto e l'arresto della rivoluzione europea mettevano in difficoltà i principi italiani, costretti a fronteggiare contemporaneamente le pressioni dell'Austria e le richieste democratiche. Di qui una crisi politica profonda che si trascinò per alcuni mesi, sino all'epilogo finale. Nel Regno delle due Sicilie Ferdinando II sciolse le Camere e ripristinò il regime assolutistico (settembre '48). Nello Stato Pontificio Pio IX abbandonò Roma e si rifugiò a Gaeta sotto la protezione del Re di Napoli (24-25 novembre 1848). In Toscana il Granduca abbandonò lo Stato e riparò a Gaeta (9 febbraio '49). Particolarmente grave fu la decisione di Pio IX, maturata lungamente via via che appariva in tutta la sua drammatica evidenza l'impossibilità di conciliare gli interessi politici del Papato con quelli dell'Italia, il potere temporale e il potere spirituale della Chiesa, come pure di accordare le prerogative del Pontefice e la sovranità popolare, il centralismo romano e l'autonomia delle Province. I vari tentativi del Papa di uscire dalla crisi, urtavano con le richieste dei liberali democratici di aderire alla Costituente italiana e di impegnarsi nella guerra contro l'Austria. Alla fine Pio IX si decise al passo estremo, dopo l'uccisione del ministro Pellegrino Rossi (15 novembre) e la formazione di un governo democratico imposto dalle dimostrazioni di piazza. La sua fuga segnava la fine del neoguelfismo e apriva un vasto campo di esperienze ai mazziniani. Nell'immeditato, determinava una vacanza di potere e grossi problemi di carattere internazionale. Nel periodo di transizione che va dal 25 novembre 1848, fuga del Papa, al 9 febbraio 1849, nascita della Repubblica Romana, nelle province dello Stato Pontificio, e in quelle umbre specialmente, l'attività degli ambienti democratici, organizzati nei circoli popolari, è intensa e fattiva. In un primo momento si tratta di far sentire la propria voce all'Assemblea romana, incerta sul da farsi, poi di organizzare le elezioni alla Costituente. Il Circolo popolare di Terni, ad esempio, il 10 dicembre rivolse al Consiglio dei Deputati un indirizzo nel quale ci si chiedeva innanzitutto se esisteva, a Roma, un "Governo legittimo e risoluto", in grado di salvare lo Stato sia da un'invasione straniera che da parossismi politici o da una "sfiduciata paralisi"; lo si invitava, quindi, a "lanciarsi nella via dell'azione", promuovendo sia la Costituente dello Stato che la Costituente italiana, alla quale sarebbero andati certamente "i milioni di voti sorgenti da ogni zolla, da ogni fiore italiano" [Ibidem, p. 532.]. Il 14 dicembre il Circolo popolare di Spoleto pubblicò un manifesto indirizzato ai Corpi deliberanti di Roma, in cui si affermava che era tempo di pensare al popolo, stanco di essere "spettatore di un dramma ove egli ha diritto e necessità d'intervenire come protagonista". "Le province fremono, e se si tardi ancor di poco a consultarle sui loro bisogni, su' loro voti, su di una causa che è tutta loro, una causa di vita o di morte, le province provvederanno a se stesse, perchè le province vogliono escire da una condizione acefala, anormale sotto cui fermentano le passioni, e cova e si organizza la guerra civile". Andava, dunque, proclamata subito la Costituente, prima che l'imponesse "il fremito armato dei popoli stanchi di questi indugi fatali e parricidi" [Ibidem, p. 533.]. Il giorno dopo, il Circolo popolare di Amelia formulava un indirizzo agli altri Circoli dello Stato, nel quale si diceva che le divisioni politiche potevano essere superate solo "rendendo salda la forza del Popolo" e facendo della "voce e del voto" di esso una "forza" e una "potenza morale": solo così un popolo "benchè piccolo, poteva diventar grande" e ricomporsi a Nazione. Il 20 dicembre il Circolo popolare di Narni rivolse un appello ai deputati, perchè fosse convocata un'Assemblea generale dello Stato che avrebbe dato maggior forza alla causa di una libera Italia, in quanto basata sull'universale consentimento, cioè sul voto e sull'adesione popolare [Ibidem]. Le iniziative dei Circoli popolari non caddero nel vuoto, se è vero che il 29 dicembre il Governo emanò un decreto per la convocazione di una Costituente degli Stati Romani, mediante il suffragio universale. L'annuncio fu dato con un proclama ai Popoli dello Stato Pontificio dalla Giunta di Stato, che firmò anche le istruzioni relative alle elezioni generali per l'Assemblea Nazionale 29 e 31 dicembre [Proclama ai Popoli dello Stato, firmato gli otto rappresentanti della Giunta di Stato, Roma 29 dicembre 1848, Stamperia della R.C.A.; Istruzioni del Governo per l'esecuzione del decreto 29 dicembre, a firma degli otto membri della Giunta di Stato, Roma 31 dicembre 1848, Stamp. R.C.A.]. La Costituente si sarebbe eletta per dare "un regolare, compiuto e stabile ordinamento alla cosa pubblica, in conformità dei voti e delle tendenze di tutta o della maggior parte della popolazione" - diceva un proclama della commissione di governo del 16 gennaio; e sarebbe stata Romana e Italiana, particolare e nazionale insieme; avrebbe avuto perciò non soltanto "il carattere di una parziale e locale rappresentanza; ma quella solidarietà maestosa e gigantesca che formano 25 milioni di Italiani tutti uniti in un solo sentimento, quello di sviluppare in comune l'era del grande risorgimento". In vista delle elezioni si attivarono nuovamente i Circoli popolari per sostenere le due forze che si fronteggiavano, i liberali moderati e i democratici repubblicani. Le operazioni di voto si svolsero il 21 gennaio 1849, secondo il suffragio universale, con la sola esclusione delle donne e dei minori di anni 21. Dalle urne uscirono eletti 200 deputati, in maggioranza democratici-repubblicani. Nel collegio elettorale di Spoleto risultarono eletti otto rappresentanti, di cui due Ternani: il medico Rinaldo Giannelli e l'ingegnere Ottavio Coletti, entrambi reduci dalla campagna di guerra nel Veneto. A comunicarlo agli interessati fu il Gonfaloniere Presidente dell'Officio Elettorale di Spoleto, di cui qui riportiamo la lettera di partecipazione al Coletti. "Mi affretto con vera gioia di significarle che nella generale numerazione dei suffragi avvenuta oggi in quest'Officio elettorale, è risultato essere stata Ella prescelta in uno degli otto rappresentanti della Provincia all'Assemblea Nazionale Costituente Romana e Italiana con 5809 voti. Onore alle Assemblee elettorali che hanno scelto in loro mandatari uomini saggi, probi, istruiti, animati da civile coraggio, amanti dell'ordine e della libertà, e che sopra tutto hanno a cuore la suprema salute dello Stato, la unità e la tanto sospirata indipendenza della travagliata bella nostra Penisola! Ella e gli altri di Lei Colleghi vanno a prendere seggio onorato nel Campidoglio, antica e nuova gloria della Romana potenza: gli elettori sono certi che vi sapranno adempiere convenientemente il sublime mandato" [Riportato da G. Degli Azzi, Un deputato Ternano alla Costituente Romana, Ottavio Coletti, "Archivio storico del Risorgimento Umbro", a. VIII (1912), fasc. 1, pp. 3-46, p. 4.]. Il linguaggio rivela una nuova cultura risorgimentale, una coscienza politica che va al di là del giacobinismo e del neoguelfismo, e si concentra sul mito dell'unità e dell'indipendenza d'Italia, alimentato dal mito dell'antica Roma.
(continua)